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Dal web: Burraco: le origini e l’arrivo in Italia

I campionati italiani di burraco si svolgono in estate a Riccione. Difficile immaginare un luogo più affollato, vitaiolo, capace di attirare individui dallo stile di vita più differente. Sembra quasi non essere casuale la scelta della nota cittadina romagnola quale sede per l’avvenimento annuale più importante tra gli appassionati di burraco.

E sembra in qualche modo rispecchiarne l’intima natura. Il burraco è un gioco di carte molto diffuso in Italia, capace di divertire e favorire la socializzazione al punto da essere ormai utilizzato come uno dei principali eventi per la raccolta di fondi a scopi benefici. Al di fuori dei circuiti ufficiali e degli ambiti pubblici, le partite di burraco non perdono la capacità di caricare l’ambiente di atmosfere gioviali, ma regrediscono allo stadio infantile del proprio sviluppo.

Se credete sia impossibile per un gruppo di amici sedersi intorno ad un tavolo per giocare a qualcosa di cui non sanno di non condividere le regole, non avete mai assistito ad una informale partita di burraco; chiunque può immaginare quali siano le conseguenze di una tale situazione, ma per comprenderne l’origine occorre provare a fare un po’ di storia.

Le fonti concordano: il burraco è stato inventato in Uruguay. L’attribuzione della patria di origine non si basa su dati accertabili, ma sull’affinità con il gioco della canasta le cui regole sono state elaborate a Montevideo nel 1939 (fonte: ludopoli.it). Correvano gli anni quaranta e la burraco mania serpeggiava al fianco della celebre canasta in Argentina, spopolava nel resto del Sudamerica, fino a conquistare, nell’arco di un solo decennio, gli Stati Uniti.

In Italia il gioco trovò accoglienza in Puglia e in Calabria nei primi anni ottanta, ma non vi giunse, come si potrebbe pensare, con i primi fenomeni di immigrazione internazionale verso l’Italia bensì con l’emigrazione di ritorno o comunque attraverso i contatti tra gli emigrati italiani e la patria di origine.

È così che si spiegano i frequenti e non altrimenti giustificati accenni sul web ai salotti, ai bar e alle signore un po’ sfaccendate, impegnate in un’attività fumosa quanto le storie che su di essa è possibile raccontare. Di certo è attraverso il passaparola che il burraco si è diffuso, generando, con grande inventiva, una tale varietà nelle regole da fare invidia alle ‘scimmiette della schiumarola’ del film Madagascar 2.

Giunsero, al termine degli anni novanta, le associazioni e le federazioni a imporre, con l’aiuto di un nutrito gruppo di serissimi ex giocatori di bridge, una dimensione stabile alle regole, indispensabile per una diffusione del gioco a livello nazionale. Più o meno fumosa, la storia del burraco è questa, se di storia è possibile parlare trattandosi di un gioco ancora giovane e solo recentemente regolamentato.

Qualche incertezza sembra permanere anche sull’origine del nome, a causa delle assonanze con la lingua spagnola; la versione più accreditata resta comunque quella che rimanda al termine portoghese ‘buraco’, ossia ‘setaccio’, un riferimento etimologico che permetterebbe di stabilire un collegamento con le dinamiche di pescaggio e di scarto interne al gioco.

Praticato da tutta la popolazione, in modo indifferente rispetto all’età e allo status sociale, il burraco è oggi annoverato tra i giochi di carte che maggiormente favoriscono la socializzazione.

Qualche numero? Tre milioni di italiani hanno giocato a burraco almeno una volta (De Toffoli, 2013); alcuni hanno imparato a conoscerne le regole codificate in modo ufficiale dalla Fibur (Federazione Italiana Burraco) la quale, in vent’anni di attività, ha potuto riunire quasi 16000 tesserati.

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